Video storici: La Luce del centrocampo

Attraverso il Canale Dailymotion del nostro amico Gobbomaltese vi facciamo vedere questi tre video di giocatori che hanno segnato la Storia della Juventus.

Arturo Vidal, Edgar Davids e Zinedine Zidane rappresentano un gran bel pezzo di Storia Bianconera. Un mix di grinta, tecnica e tanto cuore che ha fatto della Juventus la Signora del Calcio Italiano.

A VOI IL VIDEO – BUONA VISIONE!

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Difficile raccontare i quattro campionati juventini di Vidal. Difficile, perché sono stati talmente tanto intensi e perché El Guerrero è entrato talmente tanto nel cuore dei supporter juventini che il rischio di cadere nella nostalgia è altissimo. Proviamo a farlo, mediante testimonianze e momenti di questa fantastica e trionfale cavalcata che comincia nell’estate del 2011, quando il campione cileno approda alla corte di Antonio Conte. Va in rete alla prima uscita in campionato con la maglia della Juve, l’11 settembre 2011, nel 4-0 contro il Parma. Partendo dalla panchina, perché diverrà titolare solo dalla quarta giornata a Catania. Il ruolo di inamovibile, Arturo, se lo guadagna allenamento dopo allenamento, partita dopo partita, tackle dopo tackle, corsa dopo corsa, goal dopo goal.
La Juve è impegnata nel testa a testa scudetto con il Milan e la sicurezza dei bianconeri cresce gara dopo gara, assieme con la consapevolezza di potercela fare. La linea mediana Pirlo-Marchisio-Vidal, non sbaglia un colpo. Protegge la linea difensiva e supporta le punte, oltre a inserirsi in avanti con tempismo. Il cileno ha oramai conquistato tutti. Ha risorse atletiche infinite, una grinta che stordisce gli avversari e infiamma la curva. E un gran feeling con il goal. Si è anche conquistato la qualifica di rigorista della squadra. Alla trentesima giornata, segna una rete splendida, mostrando ancora una volta, anche tanta qualità: è il 2-0 che indirizza il match in favore dei bianconeri e seppellisce le speranze del Napoli. A fine stagione, Arturo Vidal conterà trentacinque presenze (qualcuna anche da difensore centrale) e sette reti.
Alla seconda stagione in bianconero, Vidal ottiene una consacrazione plenaria. Calciatore totale, inesausto sette polmoni: c’è molto del cileno nel secondo scudetto consecutivo della Juve, della quale è addirittura capocannoniere stagionale. La “Signora” torna anche in Champions, e il debutto è previsto a Stamford Bridge, contro i Campioni d’Europa in carica. Due lampi di Oscar portano avanti il Chelsea, la Juve vede le streghe. Che sono scacciate da una rimonta di cuore e classe della compagine bianconera. “Remuntada” che prende il via da una rete di Vidal, che segna nonostante sia palesemente zoppo. Alla fine, sarà 2-2, grazie alla rete di Quagliarella. Il Bayern eliminerà l’undici di Conte nei quarti di finale, con Arturo ultimo a mollare. “Quando il gioco si fa duro, entra in campo Re Arturo”, è il coro che comincia a infiammare lo Stadium.
2013-14: Vidal è esimio protagonista della Juve che vince il campionato a punteggio record. Un punteggio che si fonda sulla continuità di rendimento, sull’irriducibilità, doti che ad Arturo non mancano di certo. Il 27 novembre 2013, diventa il terzo juventino della storia a segnare una tripletta in Champions (a farne le spese è il Copenaghen), eguagliando Del Piero e Inzaghi. Sul finire della stagione, i guai al ginocchio destro lo costringono a uno stop. L’operazione, il recupero lampo per poter giocare i Mondiali in Brasile. Nascono le prime polemiche. «Il finale della stagione è stato maledetto, il mio rendimento è calato molto. A livello personale è finita male con Juve e con la Nazionale cilena, adesso ho una grande occasione di riscatto. So che il popolo bianconero si aspetta molto da me, ma è sempre stato così, e non è un problema, l’operazione mi ha condizionato molto ma rifarei tutto negli stessi tempi. Purtroppo dovendo recuperare con tanta velocità, ho seriamente rischiato di farmi male in modo anche irreparabile. La mia è stata una scelta di amore nei confronti della Juve. Non potevo lasciare la squadra prima della semifinale di Europa League con il Benfica. Mi sono giocato il Mondiale e pure buona parte dell’attuale stagione, però ho deciso con il cuore, amo la Juve, sono fatto così. E devo dire grazie anche al Commissario Tecnico Sampaoli, che mi ha aspettato. Un altro non lo avrebbe fatto. Le critiche spesso sono state ingiuste, ho giocato in condizioni fisiche disastrose, solo io e i dottori lo sappiamo. Ma se c’è bisogno di me non mi tiro certo indietro, mai. Non ho nulla da rimproverarmi a livello professionale, ho sempre dato il mille per cento in campo, a prescindere da come stavo».
Quando ritrova la miglior forma, torna a far splendere il centrocampo della Juve, che conquista scudetto e Coppa Italia sfiorando un tris da sogno. Fondamentale, anche nel nuovo modulo, sempre utile. «Il sistema di Conte esaltava gli inserimenti dei centrocampisti, mi trovavo spesso davanti alla porta avversaria, avevo maggiore libertà in fase offensiva. Oggi là davanti c’è un trequartista alle spalle delle punte, e quindi agli interni spettano altri compiti. Il ruolo che ricopro è perfetto per le mie caratteristiche, sono nel cuore del gioco e ho più palloni da gestire. Presto, tornerò anche a segnare con continuità. Ora sto al 100%, sono al top fisicamente e mentalmente. Mi manca solo un pizzico di fortuna sotto porta, ai tifosi dico di stare tranquilli, adesso ci penso io. Con Conte ho lavorato tre anni, mi ha fatto diventare un giocatore vero, completo, mi ha cambiato la testa. Allegri è molto diverso, lo conosco da poco, però mi piace il suo amore per il bel gioco. Preferisce ritmi più lenti, punta molto sulla tecnica e dà grande spazio alle qualità dei giocatori di cui dispone».
Il cuore della “Signora”, lo definisce Massimo Bonini, uno che di mediani se ne intende. Oramai, Arturo è accomunato con i grandi universali del glorioso passato bianconero. È cronaca e storia. Segna il goal scudetto contro la Samp, vince, da miglior giocatore, la Copa America con il Cile.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Il cileno è irrequieto fuori dal campo, ubriacature e risse in discoteca sono quasi all’ordine del giorno. La società difende e protegge il giocatore, com’è giusto che sia, ma intanto prende nota. E quando, durante la Copa America, causa un incidente grave distruggendo la propria Ferrari, decide che il bicchiere è colmo. Arturo Vidal, per quaranta milioni di euro è ceduto al Bayern di Monaco. Quel Bayern che già lo voleva fortemente quattro anni prima, quando Vidal approdò a Torino, proveniente dal Bayer Leverkusen. Un cerchio che, a suo modo, si chiude.
Arturo chiude con 171 gare e ben quarantotto reti realizzate in bianconero. Quattro anni in cui ha lottato, segnato, emozionato. Non ha mai mollato, Arturo (l’ha detto e l’ha fatto). Uno di quelli che al solo vederlo scendere in campo, rassicurava il tifoso a prescindere dal risultato finale.
«È un giorno molto speciale – dice Arturo – voglio mandare un saluto dal cuore a tutti i tifosi juventini nel mondo. Grazie per questi quattro stupendi anni assieme. Voglio augurarvi tutta la fortuna del mondo e vi prometto che vi porterò sempre nel mio cuore. Per sempre juventino nell’anima».

 

Nasce a Paramaribo in Suriname, il 13 marzo 1973. Appena diciottenne debutta nel campionato olandese, indossando la mitica maglia dell’Ajax. Con gli “Aiaci”, dal 1991 al 1996 la sua carriera è una linea di successi personali; Edgar è giocatore potente, selvaggio, sempre pronto a ringhiare contro tutti gli avversari. Van Gaal, il suo maestro olandese, gli regala il nomignolo di Pittbull: il personaggio è astioso, scorbutico e irascibile, ma è un grande campione. Se ne accorge il Milan, che alla vigilia del campionato 1996-97, lo ingaggia, convinto di avere fatto un grosso affare. L’impatto con Milano e con la stampa sportiva non è dei più facili: «Quando arrivò in sede – scrissero – dietro un paio di occhialoni scuri che non si tolse mai, emerse quel ghigno pietrificato e provocatorio che non si sarebbe più tolto e che avrebbe urtato tutti in casa Milan. Ci furono poche domande e, già allora, nessuna risposta».
I cronisti gli voltano le spalle. I giornali si occupano di Davids più per le notti nelle discoteche e le scazzottate per strada che non per le imprese sul campo. Del resto gioca poco, appena quindici presenze nel primo anno con la maglia rossonera.
Le cose si complicano nel febbraio del 1997 quando, in un violento scontro con il portiere Bucci subisce la frattura di tibia e perone. I difetti di Edgar, che sono atroci, emergono in maniera ancora più vistosa. Ma la rabbia è anche la sua forza: in soli sei mesi supera il grave infortunio lavorando duro in palestra, solitario e silenzioso, e si presenta agli allenamenti con una rabbia tale da stupire tutti.
Capello, che cerca di ridare una reputazione alla squadra rossonera che non se la sta passando benissimo, conosce alla perfezione il talento e la grinta dell’olandese, ma è preoccupato della sua pericolosa influenza sullo spogliatoio. Quando i dirigenti gli dicono che la Juventus è interessata all’acquisto del giocatore, non si oppone al trasferimento.
A Torino sono convinti di poterlo recuperare e di cambiargli quel carattere che non si sposa certo con lo stile Juventus. Moggi e Lippi non hanno dubbi: Davids è l’uomo giusto, il giocatore che può far volare la squadra. A Milano, intanto, fanno festa. «Ci siamo tolti una bella grana», dicono; così, nel dicembre del 1997, Edgar arriva a Torino.
Dopo le feste di fine anno, inizia la sua fulgida ascesa: è davvero un Pittbull, i bianconeri vincono scudetto e Supercoppa Italiana. Tanto per la cronaca, il Milan arriva decimo: «Ho scelto la Juventus – dice all’atto della presentazione – perché negli ultimi quattro anni è stata la società che ha vinto più di tutti: in Italia, Europa e nel Mondo. Il sogno di ogni calciatore, il paradiso calcistico. Ho raggiunto il massimo: adesso spetta a me non sperperare questa fortuna».
Alla fine del campionato, Davids vola in Francia, per disputare i Campionati Mondiali. L’Olanda e la Croazia sono le autentiche rivelazioni e si troveranno a disputare la finalina per il terzo posto. Edgar è eletto uno dei migliori giocatori del torneo.
Il ritorno nel campionato italiano, però, è molto diverso; la Juventus stenta, la squadra non è più brillante come prima, tanto è vero che il suo condottiero, Marcello Lippi, dà le dimissioni a metà stagione. Al suo posto arriva Ancelotti e il feeling con il Pittbull è immediato, ma la squadra perde lo spareggio per la Coppa Uefa.
La stagione 1999-2000 termina in modo deludente, nella “piscina” di Perugia e ancora più deludente sarà il Campionato Europeo, disputato proprio in Olanda, nel quale la squadra dei mulini a vento, perde la semifinale ai rigori contro l’Italia. Davids è considerato il migliore giocatore del torneo e uno dei più forti giocatori del mondo, ma non è sufficiente.
Ma la stagione successiva sarà ancora peggiore. Edgar soffre di un glaucoma agli occhi e, per giocare, è costretto a indossare un paio di occhialini. Al termine di una partita al Friuli contro l’Udinese, Davids è trovato positivo all’antidoping; si parla di Nandrolone. Il giocatore si difende, la società corre ai ripari, sostenendo che il giocatore ha dovuto prendere delle medicine contro la malattia agli occhi. Il presidente Chiusano cerca di smontare le accuse pezzo per pezzo, ma come sia finito il Nandrolone nella provetta di Davids, nessuno sa spiegarlo; fatto sta che Edgar è squalificato per cinque mesi.
«Cari tifosi, Attraverso le pagine di “Hurrà Juventus” voglio inviarvi un messaggio che ritengo importantissimo. La stima e l’appoggio che mi avete sempre dimostrato è eccezionale, ed io voglio continuare a essere per voi un esempio. Mi fa immenso piacere sapere che ci sono ragazzini che hanno come obiettivo quello di diventare come me, perché sono convinto di incarnare l’immagine pulita dello sport più amato al mondo. Purtroppo mi trovo coinvolto in una vicenda incredibile, che mi turba profondamente. Proprio io, che non sopporto il fumo di una sigaretta, che non bevo alcolici, che seguo una dieta sana e controllata, vengo accostato alla parola Nandrolone! Per aiutarvi a comprendere meglio il mio carattere, vi racconto una cosa: pensate che a volte non accetto neanche i tipi di cura più semplici, quest’anno ad esempio ho rifiutato il vaccino antinfluenzale che tanti miei compagni hanno fatto. Tutto questo per dirvi che una persona come me, che ha una cura maniacale del proprio corpo e sani principi morali, non potrebbe mai assumere sostanze dannose e, per la sportività che credo sia alla base del calcio, additivi che possano alterare le mie prestazioni. Io sono pulito, non capisco cosa sia accaduto e il referto di quelle analisi mi ha colto assolutamente di sorpresa. So che sarà una battaglia, ma lottare per la verità vale qualunque sforzo. Per la Juve abbiamo combattuto assieme per anni, anche ora mi piacerebbe avervi al mio fianco».
Terminata la squalifica, Edgar ritrova Lippi, ma la Juventus non ingrana; Zidane non c’è più, al suo posto c’è Pavel Nedved e proprio con il ceco nascono i primi problemi. Pavel ha la tendenza, come Edgar, di giocare sulla fascia sinistra; poiché anche Del Piero ama iniziare la propria azione da quella parte, nascono grossi problemi tattici e di convivenza. Lippi, con un colpo di genio, risolve la situazione: Del Piero è spostato più avanti, di fianco a Trézéguet, a Nedved viene data la licenza di vagare per il campo a suo piacimento e Davids ritrova, d’incanto, la fascia sinistra e lo smalto dei giorni migliori. La Juventus vince uno scudetto rocambolesco ai danni dell’Inter, bissando la vittoria anche la stagione successiva, dovendosi però ancora una volta inchinare alla maledizione della Champions League, perduta ai rigori contro il Milan.
La stagione 2003-04 nasce sotto cattivi auspici; cominciando a dubitare delle sue qualità fisiche, la società ingaggia il ghanese Appiah, ritenuto il logico sostituto di Davids. In più, il suo contratto sta per scadere e Edgar chiede un sostanziale aumento di stipendio; Moggi non è per niente d’accordo e il giocatore si impunta. Lippi, ritenendo il giocatore a fine carriera, lo schiera con il contagocce e il Pittbull decide di fare le valigie. I tifosi juventini sono perplessi; per loro, Edgar è un idolo, in lui vedono quella voglia di combattere e di non mollare mai che è il marchio di fabbrica della Juventus.
Inizio 2004, Davids vola a Barcellona, sponda blaugrana, dove ritrova tanti amici di vecchie battaglie, a cominciare dall’allenatore Rijkaard. L’impatto è devastante; con l’ingaggio di Edgar, il Barça comincia a volare e a rosicchiare punti su punti alla lepre Valencia. Alla fine della stagione, il Barcellona arriva secondo ma Edgar non è ancora soddisfatto; vuole prendersi la rivincita su Moggi e viene allettato dalle sirene interiste. Un errore gravissimo; Edgar non scende quasi mai in campo, totalizza una quindicina di presenze, diventando una sorta di oggetto misterioso. Mancini lo lascia marcire in tribuna e non si oppone alla volontà del giocatore di andarsene.
Alla fine del campionato 2004-05, Davids ha di nuovo le valigie pronte, destinazione Londra, sponda Tottenham; nonostante le poche presenze, riesce a portare gli “Spurs” al quinto posto, a un solo punto dalla qualificazione per la Champions. Nell’inverno del 2006, fa ritorno all’Ajax; con gli “Aiaci” vince la Coppa olandese, realizzando il rigore decisivo.
Nella Juventus totalizza 235 presenze e dieci reti, tre scudetti vinti e l’accesso diretto nel Gotha dei migliori giocatori bianconeri di tutti i tempi.
«Con la Juventus ho imparato a vincere. Non so com’è successo, è qualcosa che si respira nell’aria dello spogliatoio, sono concetti che vengono tramandati da giocatore in giocatore, è il sentimento che ti trasmettono milioni di tifosi e non c’è club nel mondo che ti faccia lo stesso effetto».

 


 

Il quartiere de La Castellane è uno di quei posti da cui anche la polizia preferisce stare alla larga. La dolcezza del clima, i colori e i profumi del Mediterraneo riescono un poco a rendere meno opprimente quei palazzoni a nord della città dove, comunque, la vita può essere maledettamente difficile anche sotto il cielo terso del sud della Francia. Meglio, allora, se a fare da scudo ci sono anche il calore e l’unione di una famiglia come quella di Smail e Malika Zidane. Ha dovuto lasciare l’Algeria, Smail, perché dopo l’indipendenza nessuno avrebbe perdonato un Harki (così sono chiamati gli algerini che avevano combattuto a fianco dei francesi). Si è stabilito a Marsiglia: lavora come magazziniere ed ha già altri quattro figli (tre maschi: Djamel, Farid e Nordine e una femmina: Lila) quando, il 23 giugno del 1972, nasce Yazide Zinedine Zidane.
Una tribù affiatata, quella di casa Zidane, dove la semplicità e il rispetto sono basilari regole di vita: «Devo tutto ai miei genitori – ammette senza alcun pudore Zidane che ha regalato a papà e mamma una splendida villa – perché mi hanno impartito un’educazione severa ma giusta e, soprattutto, mi hanno insegnato il rispetto, l’umiltà, la capacità di condividere tutto».
Yaz (così lo aveva soprannominato la sorella Lila) cresce tra abbuffate di calcio in TV, poca voglia di studiare e tanto, tanto sport attraverso cui scaricare la sua grande vitalità. Calcio, certo, ma anche discese mozzafiato con lo skate-board e judo: «Lo ha praticato fino a undici anni, diventando cintura arancione: era sempre pieno di lividi ma non si arrendeva mai».
Ed era anche instancabile al punto che anche dopo aver firmato il primo tesserino, a otto anni, per il club di Saint-Henri, continuerà a praticare anche il judo: «Un sabato – racconta il padre – siamo rientrati molto tardi da una gara di judo e lui avrebbe dovuto alzarsi cinque ore dopo per giocare un torneo di calcio. Ero convinto che non ce l’avrebbe fatta e, invece si è presentato regolarmente ed ha corso fino a quando, alla fine della terza partita, è svenuto».
La storia di Zidane è la risposta più efficace a tutti coloro che vorrebbero ridurre il calcio a tattica e numeri fin dai vivai giovanili, a quelli (e ce ne sono sempre di più) disposti a tarpare la fantasia di un talento perché, nelle partite tra ragazzi di otto o nove anni, non da via la palla al momento giusto. La scuola di Zidane è stata quell’incomparabile fucina di talenti che sa essere solo la strada.
È lì, in quelle interminabili partite tra coetanei, dove la coppa in palio era una bottiglia di plastica rivestita d’oro e l’arbitro che fischiava la fine erano i richiami delle madri, che Zidane ha affinato la sua incomparabile tecnica: «L’ho appresa sulla strada, giocando per divertimento e per impressionare gli amici, creando movenze solo mie. È lì che si imparano le cose più belle e inimitabili».
Già allora, nelle squadre dei ragazzini, Zidane era un giocatore insostituibile: «È vero – conferma Malek, l’amico inseparabile che lo ha seguito anche a Torino – lui era il più giovane ma era il più bravo di tutti: sembrava avesse una mano al posto del piede, tanto la palla gli rimaneva incollata. E vedeva il gioco meglio di chiunque altro».
Ma quella della strada è stata anche una grande scuola per il carattere. Non credete, infatti, a quelli che vi raccontano che Zinedine Zidane è timido: nei vicoli di Marsiglia, sulle piazze de La Castellane, Zidane ha imparato il peso delle parole, l’importanza dei gesti, dei comportamenti. Nelle interminabili partite contro le altre bande, ha imparato a sopportare i colpi degli avversari, ma di tanto in tanto la sua sopportazione ha un limite.
Dalla prima famosa reazione con il Cannes fino all’espulsione ai Mondiali contro l’Arabia Saudita: «Provengo da un quartiere duro, dove non si cerca mai la bagarre fine a se stessa ma, se vieni provocato, non puoi far finta di niente. Io detesto la violenza e l’ingiustizia e sopporto i colpi degli avversari. Fino a quando arrivo al punto in cui non ce la faccio più: allora mi ribello ed esplodo».
Uno di poche parole, insomma, ma tutt’altro che timido e pauroso al punto che i compagni più vecchi lo avevano nominato capitano ed era lui a strigliarli quando perdevano. Perché già da piccolo aveva dentro quella gran voglia di vincere che solo la Juventus saprà tirargli fuori appieno. Ma, questa, è un’altra storia. Il primo idolo è Enzo Francescoli: Zidane lo vede giocare nell’Olimpyque Marsiglia (di cui è tifoso) e ne resta affascinato: «Vedevo in lui tutte le qualità del calciatore. Se lo avessi incontrato allora, mi sarei inginocchiato davanti a lui e invece l’ho incontrato da avversario con la Juve, nella Coppa Intercontinentale. Fu una grande impressione e lui si commosse quando seppe che il mio primo figlio si chiamava Enzo in suo nome».
Ma al Velodrome, lo stadio di Marsiglia, è legato uno dei ricordi più belli della sua infanzia: è il giorno del suo dodicesimo compleanno quando Michel Platini guida la Francia alla finale di Coppa Europa. Zinedine è in delirio per il goal di Re Michel, colui che, solo una decina di anni dopo, lo consacrerà come suo erede con una frase tipica quanto le sue punizioni: «Zidane è l’unico giocatore per cui valga la pena pagare il biglietto».
Tra una partita e l’altra da raccattapalle, Zidane comincia a giocare in squadre vere. Prima l’associazione Nouvelle Vague di Le Castellane (di cui, ora, è presidente onorario, perché Zidane ma le radici e gli amici d’infanzia), poi il Saint Henri. Gli avversari erano impressionati dalla sua forza e dal suo fisico, tanto che il padre, ogni volta, doveva esibire i documenti per confermarne l’identità. Ma anche i compagni restavano spesso di stucco quando lo vedevano esibirsi in certi numeri d’alta scuola.
Zidane giocava nello Sport Olimpyque di Septemes, un piccolo centro a nord di Marsiglia: un campo di sabbia che non intaccava la sua classe: «Una volta – ricorda un compagno – stavamo vincendo per 2-1 una gara importante e, nel finale, arrivò un pallone fortissimo nella nostra area. Lui, invece di liberare, stoppò il pallone e lo fece passare sulla testa di un avversario prima di far partire il contropiede».
Un fenomeno simile, ovviamente, non poteva passare inosservato. Non a Jean Varraud, almeno, osservatore del Cannes che si accorse subito delle qualità tecniche e morali di quel ragazzo: «Una velocità di piedi e una tecnica eccezionali, mai viste prima. E poi la grande caparbietà dei ragazzi che arrivano dai quartieri meno fortunati».
A tredici anni e mezzo, Yaz Zidane è convocato a Cannes per il primo stage e, durante le partitelle, esagera con la voglia di stupire al punto che qualcuno comincia a pensare che sia meglio lasciar perdere. Varraud, però, insiste e convince i dirigenti della città rivierasca a dargli un’ulteriore possibilità. Ben più dura, invece, sarà convincere mamma Malika a lasciarlo partire: «Temevo che avrebbe preso cattive strade, così giovane».
La donna cede soltanto di fronte alle garanzie date dalla sistemazione che è trovata per suo figlio. A pensione dalla famiglia Elineau: il signor Jean Claude (dirigente del Cannes), la moglie Nicole, i loro tre figli e un altro allievo. Una seconda famiglia che aiuterà Zidane ad assorbire la difficile fase dello sradicamento: «Ogni notte piangevo per la solitudine ed è stato grazie a queste persone se ho superato quei difficili momenti».
Agli Elineau, oltre ai ricordi e alla gratitudine, di Zidane resta qualche regalo e un ciliegio piantato, nel loro giardino, dal futuro Campione del Mondo. A sedici anni lo chiamano con i professionisti e lui comincia a capire che il calcio potrà diventare qualcosa di più che una semplice passione. Il 20 maggio del 1989, un mese prima di compiere diciassette anni, l’allenatore Fernandez lo fa debuttare in Prima Divisione contro il Nantes, in trasferta: «Pareggiammo 1-1 e mi guadagnai un premio di 5.000 franchi: era pazzo di gioia».
Una felicità che sarebbe diventata ancora più grande quando, un anno dopo, vede le luci della Croisette riflettersi sul parabrezza della sua auto nuova: una Clio rossa che il presidente Pedretti gli aveva regalato per festeggiare il suo primo goal in Serie A, sempre contro il Nantes. Cannes, dunque, rappresenta per Zidane il luogo delle prime volte. Nel calcio, ma anche nella vita perché lì, nell’affascinante città del cinema, conoscerà la bella Véronique, la ballerina di cui si è innamorato e che è diventata sua moglie.
L’ultimo anno a Cannes fu pieno di difficoltà: la squadra retrocedette ed anche Zidane, salito giovanissimo alla ribalta nazionale, pagò una normale crisi di maturazione. Niente, però, che potesse scoraggiare chi credeva in lui: come Rolland Courbis, marsigliese appena nominato allenatore del Bordeaux.
Così, nell’estate del 1992, Zidane conosce i profumi di un altro mare: quelli dell’Oceano che spazza con le sue maree l’estuario della Garonna. Sulla Gironda, tra l’altro, ritrova Christophe Dugarry, suo grande amico già dai tempi della Nazionale Under 15.
Un sodalizio duraturo e sincero anche fuori dal campo (hanno acquistato insieme un bar a Bordeaux e si sono incontrati spesso nel loro primo anno italiano, quando Dugarry giocava nel Milan): «Mille emozioni mi legano a Duga, mille ricordi e tante risate».
L’amicizia (anche quella con Lizarazu) e l’unione del gruppo aiutano il fuoriclasse di Marsiglia ad ambientarsi in fretta nella nuova realtà: «Ho scelto il momento giusto per il gran salto, quel club è stato il mio trampolino di lancio e devo ringraziare Courbins (il tecnico che ha coniato il soprannome Zizou) che mi ha fatto crescere sia dal punto di vista umano che professionale».
Con i granata di  Bordeaux, Zidane elimina il Milan dalla Coppa Uefa ma poi, in finale, si deve arrendere contro il Monaco: sarà la sua più grande delusione sportiva (mitigata dal contratto appena firmato con la Juventus) prima di conoscere quelle con i bianconeri nelle due finali di Coppa Campioni; qualcuno cominciava a dire che era lui a portare sfortuna ma la splendida prestazione nella finale Mondiale contro il Brasile ha messo tutti a tacere. Anche l’avventura con la Nazionale inizia da Bordeaux. Jaquet lo convocò il 17 agosto 1994 per sostituire l’infortunato Djorkaeff. La Francia gioca in amichevole, contro la Repubblica Ceca, proprio a Bordeaux. Zidane è emozionato ma trova un grande e abile consigliere in Eric Cantona che lo mette a suo agio.
Le cose si mettono male per i francesi che perdono 2-0 fino a quando Jaquet si decide a mandare in campo Zidane: è lui a pareggiare prima con una stupenda azione personale e poi con un colpo di testa. Un particolare importante, questo, perché il gioco aereo è sempre stato il punto debole di Zizou e lui per primo non avrebbe mai immaginato di poter, quattro anni dopo, regalare la Coppa del Mondo alla Francia con due colpi di testa.
I francesi celebrano il nuovo idolo e lo designano erede di Platini. Lui, però, non ci sta: «Non sarò mai come Platini: è stato unico e inimitabile. E poi io non sarò mai un trascinatore di uomini, né in campo né fuori. Non mi spaventano le responsabilità, certo, ma il mio carattere è diverso dal suo».
Paragoni a parte, sembrava destinato a un’ascesa folgorante anche con i “Bleus”, ma il destino stava per giocargli un brutto tiro. Un incidente d’auto, poco prima degli Europei del 1996, fa temere il peggio: Zidane se la cava con due cicatrici in testa e una brutta botta che ne condiziona le prestazioni in Inghilterra. «È stato un errore voler giocare a tutti i costi: in quelle competizioni bisogna essere sempre al trecento per cento».
Le scialbe prestazioni in Nazionale lasciarono perplesso anche Giovanni Agnelli: «Zidane è il giocatore di cui mi hanno parlato o quello che ho visto agli Europei?»
Come sempre, Zizou parlerà con i fatti e proprio Agnelli diventerà uno dei suoi più grandi estimatori. Il primo impatto con la scuola Juventus è durissimo: gli allenamenti di Ventrone sono massacranti: «Deschamps me ne aveva parlato, ma non credevo a una cosa simile. Più volte sono stato sul punto di vomitare dopo gli allenamenti talmente grande era stata la fatica».
L’inserimento è difficile, soprattutto dal punto di vista tattico. Zizou, però, non si perde d’animo e lavora sodo: «Sapevo che tutti si aspettavano qualcosa di più da me, ma io non mi sono mai demoralizzato, convinto che il lavoro avrebbe pagato. Alla Juve, poi, tutti mi sono stati vicini».
Il salto di qualità tanto atteso arriva quando Lippi lo piazza nel suo ruolo tradizionale con libertà di inventare: contro l’Inter, al Delle Alpi, Zidane gioca una gara eccezionale e segna un goal fantastico. La nuova avventura era cominciata. La sua importanza per il gioco della Juventus, del resto, è sottolineata dallo stesso Lippi: «Possiede il dono di rendere semplici le cose difficili».
E non si stanca mai di lavorare, di imparare, di accettare consigli. Migliora sotto il piano atletico e tattico, ma anche dal punto di vista caratteriale: allena senza stancarsi anche quella voglia di vincere che lo animava fin dalle partite sulla piazza de La Castellane: «Lippi è stato come un interruttore: mi ha acceso e ho capito cosa significa lavorare per qualcosa che vale. Prima di arrivare in Italia, il calcio era un lavoro, certo, ma soprattutto un divertimento. Da quando sono arrivato a Torino, invece, la voglia di vincere non mi ha lasciato più».
Ed anche nel giorno in cui è salito in cima al mondo con la Nazionale, un pensiero è corso alla Juventus: «Se sono arrivato fin qui, lo devo a questi anni in bianconero in cui ho trovato sicurezza, la voglia di non mollare mai, la capacità di rinnovare la fame di altri successi. Ecco perché voglio restare a Torino, in una Juve che continui a lottare per vincere tutto».
Gli anni d’oro di Zizou non si fermano a Francia 1998. Nello stesso anno arriva il Pallone d’oro: nella prestigiosa classifica si lascia alle spalle fuoriclasse del calibro di Suker del Real Madrid, Ronaldo dell’Inter e la stella nascente Owen del Liverpool. Oramai è l’ago della bussola francese e juventina. Lui e Del Piero sono i due giocatori capaci di fare la differenza. Purtroppo non fanno scudetti: prima li frena un acquazzone a Perugia e poi l’allegria di Van der Sar fra i pali. Ma per dissetarsi di successi c’è sempre la Francia. Il campionato d’Europa del 2000 vive dell’impareggiabile repertorio di Zizou le finisseur ed anche questo torneo entra nella bacheca personale di Zidane.
Rientra alla Juventus carico di gloria. Madame Zidane gli sussurra che Torino è un paesone: insomma, si è stufata, vuole la Spagna. Prima si parla di Barcellona e poi di Madrid. Zidane vorrebbe andarsene subito, ma lo trattiene l’avvocato Agnelli: si tratta di un favore personale che nemmeno Zidane può negargli. Una delle poche cose che Zizou ha imparato dai torinesi, è la cortese ipocrisia sabauda: durante la stagione si sprecano le dichiarazioni d’amore per la Juventus.
È una sceneggiata alla quale partecipano tutti: Moggi, che sa benissimo che il francese andrà al Real Madrid, la stampa sportiva, che sa benissimo che andrà alle “Merengues” e Zidane che ha già preso accordi con la squadra madrilena.
Quando rientra dalle vacanze 2001 l’annuncio ufficiale: alla Juventus arrivano una pioggia di miliardi (150), tutti si dichiarano sorpresi. Zidane: «Il mio addio alla Juventus era programmato per l’anno prossimo, ma i dirigenti hanno riflettuto ed hanno deciso di vendermi subito: per loro erano importanti i soldi».
La Juventus: «Abbiamo assecondato la volontà più volte espressa, e a fine stagione divenuta tassativa, del giocatore di trasferirsi in Spagna».
Moggi: «Zidane si è venduto da solo».
Con i soldi guadagnati arrivano Buffon, Thuram e Nedved; saranno altri anni gloriosi e ricchi di trionfi. Zizou al Real conquisterà nuovi trofei, non ultima la Champions League, che gli era sfuggita con la Juventus, vinta grazie ad un suo fantastico goal, nella finale contro il Bayer Leverkusen.
«Sono tanti i ricordi bellissimi in maglia bianconera, come il 6-1 in casa del Milan o le due semifinali di Champions League con l’Ajax; la gara di Amsterdam credo che sia stata quella giocata meglio in assoluto dalla Juventus di cui ho fatto parte io. Il rimpianto più grande è di non aver potuto alzare la Coppa dei Campioni; ci siamo andati vicino molte volte, ma non siamo stati abbastanza fortunati. Alla Juventus, comunque, ho vissuto cinque anni splendidi, vincendo molto; soprattutto, a Torino ho imparato molto a livello calcistico, facendo il cosiddetto salto di qualità. La Juventus mi è rimasta nel cuore».

 

Articoli tratti da http://www.tuttojuve.com
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