Un po di Storia della Juventus ….

Attraverso il Canale Dailymotion del nostro amico Gobbomaltese vi facciamo vedere questi tre profili di giocatori che hanno segnato la Storia della Juventus.

Massimo Bonini, Romeo Benetti ed Antonello Cuccureddu rappresentano un gran bel pezzo di Storia Bianconera. Un mix di grinta, tecnica e tanto cuore che ha fatto della Juventus la Signora del Calcio Italiano.

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Al termine della trionfale stagione del 22° scudetto, Boniperti lo ha definito: «Il nostro fantastico terzo straniero». Più che alla origine anagrafica (è nato a San Marino), il presidente si riferiva al costante rendimento offerto da Massimo Bonini. Il biondo centrocampista è un mostro di continuità, infaticabile e prezioso. Quando si presenta, giovanissimo, lo battezzano in mille modi: il nuovo Netzer, il nuovo Benetti, l’erede di Furino. In realtà, Bonini è un azzeccato cocktail, ricco di personalità originale. Se la Juventus non ha dovuto rimpiangere un grosso campione come Furino, il merito è proprio del suo degno successore.
Cursore dai mille polmoni, nelle ultime stagioni Bonini ha saputo farsi apprezzare anche per un miglioramento sostanziale sotto il profilo tecnico. La sua qualità è la capacità di corsa: il vero, classico uomo ovunque: difesa, attacco, grande recuperatore di palloni, grazie ad una mobilità da fondista. Questa dote, unitamente alla disponibilità al sacrificio, lo rende amatissimo dai compagni che sanno di poter contare sul suo apporto: «La scarsa vena realizzativa non ha mai rappresentato un problema, perché la Juventus di allora era una squadra particolarmente sbilanciata in avanti, che si attendeva, da giocatori come me, la copertura e non le reti».
Negli anni d’oro di Platini, le sue doti podistiche gli permettono di vincere il duello con Tardelli come centrale a sostegno del divino Michel con conseguente spostamento di Marco nel ruolo di esterno destro (ed il buon Marco non gradì proprio).
Fra il primo ed il secondo tempo di un’importante sfida di campionato, l’Avvocato Agnelli entrò, come sempre senza farsi annunciare, nello stanzone degli spogliatoi. Michel Platini, seduto su una panca, fumava tranquillamente una sigaretta; non era una cosa rara, lo faceva quando era nervoso, per scaricare la tensione. L’Avvocato gli disse sorridendo divertito: «Platini, ma lei fuma nell’intervallo di una partita?»
«Avvocato,non si preoccupi se fumo io», rispose pronto Michel, «l’importante è che non fumi Bonini, che deve correre anche per me!»
Questo dialogo, diventato famoso, dimostra che Massimo non è un fenomeno ma neanche scarsissimo, molto solido mentalmente e tatticamente. Non un fuoriclasse, quindi, ma l’indispensabile supporto ai campioni.
Massimo nel 1977 è in serie D, a Bellaria. Poi si mette in luce nel Cesena e la Juventus lo individua come ideale complemento al centrocampo, assicurandoselo nell’estate 1981 per 700 milioni (più Verza e la comproprietà di Storgato). Fu un affare. La consacrazione internazionale del giovane centrocampista risale al 16 settembre 1981, tre giorni dopo l’esordio in A (13 settembre, Juventus-Cesena); Trapattoni lo schiera contro il Celtic in coppa Campioni ed il ragazzo ottenne subito la promozione. Pier Luigi Cera, libero del Cagliari scudettato, lo ha avuto a Cesena: «Bonini è un Furino con i piedi buoni, è un mediano completo. È il seguito di Furia e vale molto di più anche come tiro. Lo cancellerà, presto, dalla faccia della terra. Quando arrivò a Cesena, gli dissero che sarebbe stato una riserva, essendo giovane. Ebbene, da riserva è diventato in fretta titolare ed ha finito per essere l’anima del Cesena, il trascinatore, il giocatore più amato dalla folla».
La cittadinanza sammarinese gli ha creato anche qualche inconveniente curioso: dopo aver giocato nella Nazionale Under, infatti, Bonini è stato estromesso perché considerato straniero: «All’inizio degli anni ottanta ho giocato sette partite con l’Under 21 di Vicini. In quel periodo c’era anche un altro giocatore di San Marino nel giro delle nazionali giovanili, il mio amico Marco Macina. Nel novembre 1982 con la Juniores prese parte al torneo di Montecarlo e, in quell’occasione, le avversarie degli azzurri fecero reclamo, perché l’Italia schierava un giocatore non di passaporto italiano. L’UEFA intervenne e da quel momento Macina non poté più vestire la maglia azzurra. Fu cambiato il regolamento e dalla stagione successiva anch’io, dopo aver disputato due partite nell’Under come fuori quota, dovetti dire addio alla Nazionale».
Si è rifatto ampliamente con la maglia bianconera, evidenziando sempre più, particolarmente in Europa, le sue caratteristiche di gladiatore. Bonini si avvicinò allo sport molto presto, ma voleva fare il ciclista. Fu un incidente a suggerirgli di dedicarsi al calcio: «È stata la mia fortuna, come sono stato fortunato ad arrivare alla Juventus: pensate che era sempre stato il mio sogno. In camera, da ragazzino, avevo i poster appesi con l’immagine dei miei idoli bianconeri».

 

22 giugno 1979, il pomeriggio è caldo, la pista di Caselle assolata. Dall’aereo proveniente da Roma sbarca la Juventus, reduce da Napoli, dove ha conquistato la Coppa Italia. I bianconeri sono stanchi dopo l’ultimo successo, ma sorride loro la prospettiva delle imminenti vacanze. Sorrisi e pacche sulle spalle, non tutti però sono allegri: per qualcuno, infatti, è il momento dell’addio; Romeo Benetti, oramai alla conclusione della sua esperienza in bianconero. Anche a Napoli, in occasione della sua ultima prestazione con la maglia juventina, il carro armato del centrocampo, ha offerto una grande prestazione, riscuotendo consensi dai critici e complimenti dai compagni. In questa partita, ovviamente, Benetti non aveva più nulla da dimostrare: nei tre anni passati con la maglia bianconera, con prestazioni generose e tecnicamente valide, aveva sconfitto anche la diffidenza dei tifosi e degli osservatori che, al momento del suo secondo arrivo a Torino, avevano accolto con molto scetticismo la notizia del suo ritorno in bianconero. In effetti, il primo dei due periodi trascorsi alla Juventus offrì a Benetti poche occasioni.
Chiamato a Torino da Heriberto Herrera, il quale nell’estate 1968 si trovava praticamente nella condizione di ricostruire il centrocampo, Romeo Benetti, un giovane veneto (è nato ad Albaredo d’Adige, in provincia di Verona) di stazza possente proveniente dal Palermo, dove aveva vissuto una stagione strepitosa, distinguendosi come uno dei migliori della serie B, si vide affidare un compito alquanto impegnativo. E il suo avvio di stagione rispose pienamente alle aspettative. Disputò buone partite precampionato, fu il protagonista assoluto di un incontro di Coppa Italia con la Sampdoria, che la Juventus si aggiudicò con il risultato di 5-1 con tre reti firmate da lui, ma trovò maggiori difficoltà del previsto a inserirsi nel nuovo ambiente.
Schivo e taciturno, non troppo generoso durante gli allenamenti, circondato dalla diffidenza dei senatori della squadra (Del Sol, Cinesinho, Menichelli, Castano, Salvadore), poco stimato da Heriberto, Benetti non riuscì a imporsi nonostante avesse disputato prestazioni di indiscutibile validità: «Non era una Juventus pronta per vincere. C’erano senatori senza ambizioni, giovani acerbi e dirigenti oramai scarichi, un cocktail che non poteva avere successo. Infatti, ci piazzammo quinti in campionato e uscimmo subito sia dalla Coppa delle Fiere che dalla Coppa Italia. E pensare che il calcio, a quell’epoca, mi interessa relativamente; era quasi una forzatura. Sono maestro tipografo e ritenevo questa la mia vera professione; alla Juventus, invece, ho capito che, rincorrere e prendere a pedate un pallone, poteva diventare un lavoro che potevo portare a compimento per il resto della mia vita. Comunque, il mio rapporto con Heriberto fu bellissimo; anche se era umorale, spesso nervoso, perché capiva di aver fatto il suo tempo alla Juventus».
Alla fine della stagione viene ceduto, destinazione Sampdoria: «Non potevo oppormi; Colantuoni, presidente blucerchiato, era stato bravo a vincere il confronto con i dirigenti bianconeri nella trattativa per la cessione di Roberto Vieri e di Morini. Mi trovai così bene in Liguria da decidere di fissare a Chiavari la mia dimora, anche dopo aver appeso e gettato le scarpe bullonate in soffitta. Nella Samp, a quattro giornate dalla fine, centrammo la salvezza. A quei tempi, a Genova, evitare la retrocessione equivaleva a vincere uno scudetto».
I tifosi non si disperarono più di tanto, sicuramente non immaginando che le strade della Juventus e di Benetti sarebbero tornate a incrociarsi. Avvenne sette anni più tardi, stagione 1976-77, dopo che Romeo, personaggio dalle incredibili contraddizioni, estremamente duro sul campo (nel 1971 rimediò addirittura una denuncia penale per aver rotto un ginocchio al bolognese Liguori e poi, come dimenticare che, nei momenti più difficili, dalla curva Filadelfia echeggiava il grido: Picchia Romeo?) e capace di inimmaginabili dolcezze nella vita privata, gran parte della quale trascorsa ad allevare canarini, disputò una stagione con la maglia blucerchiata e addirittura sei, con quella del Milan: «Ero scapolo e ricevetti in regalo una coppia di canarini, con i quali mi dilettai a partecipare a un concorso che, a sorpresa, vinsi. Ovviamente, da quel momento in poi, su tutti i giornali si costruì una leggenda: “Il Benetti dai tackle duri ha anche un cuore tenero”. In realtà, il mio era solamente un modo per occupare il tempo libero».
Capello stava oramai declinando, la Juventus cercava un elemento di peso per sostituirlo e Trapattoni, che l’aveva guidato nel Milan, individuò proprio in Benetti l’uomo giusto. Non la pensavano però alla stessa maniera i tifosi i quali, arrivarono molto vicini alla contestazione. Ma il Trap, lombardo tenace e convinto di quel che faceva, non si fece condizionare.
E i fatti gli diedero ragione. Durante gli anni trascorsi lontano da Torino, Benetti era maturato e, pur non avendo perso le caratteristiche principali del suo carattere aspro e introverso, si dimostrò capace di legare con i compagni ben più concretamente di quel che gli era riuscito alla sua prima esperienza juventina. E sul campo, vicino a giocatori del calibro di Cabrini, Causio, Furino, Bettega e Boninsegna trovò il suo riscatto riuscendo a far cambiare idea ai detrattori. Diventò il lucchetto del centrocampo bianconero, facendo spesso saltare quello avversario con sventole formidabili.
Di alcune partite divenne il protagonista principe come a San Siro, quando trascinò la squadra (in svantaggio per 2-0 nei confronti del Milan) a un insperato successo propiziato con una rete segnata di prepotenza; o come a Firenze, dove realizzò il goal dell’anno con una botta al volo da quaranta metri con la quale sfruttò nel modo migliore una respinta del portiere.
E alla fine, scudetto e Coppa Uefa furono i sigilli di una stagione trionfale: «Era una Juventus programmata per vincere. Una grande società e lo sarà sempre, ma contribuì alla maturazione di Tardelli, Gentile e Cabrini, facendo crescere anche più rapidamente una squadra tutta italiana che centrò, al primo colpo, l’accoppiata scudetto e Coppa Uefa».
Ma Benetti si esaltò ancor più l’anno successivo perché, oltre a contribuire alla conquista di un nuovo titolo, si impose a livello internazionale riscuotendo un grande successo ai Mondiali di Argentina, dove fu giudicato dagli osservatori tra i migliori della grande rassegna calcistica. Una soddisfazione certamente meritata perché, con il trascorrere degli anni, Benetti era riuscito a conservare la grinta di combattente indomito affinando contemporaneamente le sue qualità tecniche.
Il cross che fece a Bettega contro l’Inghilterra, (2-0) durante le qualificazioni mondiali, è un valido esempio di una tecnica di base affatto disprezzabile: colpo di tacco del Barone Causio, volata di Romeo sulla sinistra, cross con il sinistro (non il suo piede) senza bisogno di rallentare, ovvero di controllare il pallone, e testata vincente di Bobby-gol: «È vero, mi sono affinato, ma mi pare naturale che questo sia avvenuto. Più che completato, diciamo che nel mio bagaglio tecnico ora esiste qualcosa in più; uno, infatti, cresce, ma mantiene le caratteristiche di base, che sarebbero grande dote di fondo, il coraggio che si trasmette ai compagni e la coscienza nelle proprie possibilità».
Il divorzio dalla Juventus arrivò, consensuale, l’anno successivo: oramai trentaquattrenne, stanco delle mille battaglie di una carriera combattuta e trascorsa all’insegna della generosità, Romeo si congedò dai tifosi in modo ben diverso dalla prima volta; se questa fu accolta quasi con soddisfazione, la seconda venne salutata da generale rimpianto. Ed anche questa fu una rivincita di non poco conto.

 

Antonello Cuccureddu scelse il più difficile, ma anche il più diretto modo di presentarsi alla Juventus. In una partita di Coppa Italia del settembre 1969 allo stadio “Comunale” torinese scese in campo con la maglia del Brescia e marcò così bene Luis Del Sol da impressionare la dirigenza bianconera. Era l’inizio della sua storia juventina che doveva portarlo a vincere, in dodici anni, 6 scudetti, 1 Coppa Italia ed 1 Coppa Uefa, totalizzando 434 presenze con 39 goal.

Un bottino che ricorda tuttora con affetto e gioia se dice che.
«Essere stati juventini è come aver fatto il bersagliere. Per tutta la vita resti tale. Perché una società come la Juventus non esiste, non ha riscontri come età, come ambiente, come tutto. Il suo stile, il rispetto reciproco, soprattutto l’impronta della famiglia Agnelli».

Terzino, mediano, mezzala, giocatore eclettico, alla Juventus era arrivato nella stagione 1969/70 ai tempi di Luis Carniglia, anche se a lanciarlo fu Rabitti, dopo il licenziamento del tecnico argentino. Ricorda quel giorno come uno dei più belli.
«La Juventus era malmessa in classifica, io debuttai a Cagliari, ci trovammo sotto di un goal, la gente urlava “serie B, serie B”. Nel finale mi giunse fra i piedi la palla buona ed infilai Albertosi. Quel goal rappresentò molto, fu una specie di trampolino per la Juventus che finì in bellezza il campionato».

Di goal importanti, comunque, ce ne sono stati altri: Cuccureddu ricorda quello dello stadio “Olimpico” che consacrò la Juventus Campione d’Italia il giorno del disastro del Milan a Verona, i goal segnati contro il Magdeburgo in Coppa, un altro in Coppa Uefa l’anno del successo. In dodici anni passati alla Juventus, Cuccureddu ha avuto come tecnici Carniglia, Rabitti, Picchi, Vycpalek, Parola, Trapattoni. Ora ne parla, ed allinea il povero Picchi a Trapattoni.
«Non ci fu il tempo di valutarne appieno le doti e la personalità. Però una cosa è certa: Picchi era un allenatore giovane con idee nuove che capiva di calcio, che sapeva applicarlo, spiegarlo, che aveva un dialogo e, soprattutto, era pieno di umanità e sapeva esserti amico. Come Trapattoni, insomma, che non viveva all’ombra di Boniperti come sostengono i maligni. In primo luogo per una questione di personalità che Trapattoni ha e che ha sempre difeso, poi perché la Juventus non ha mai tolto e non toglie spazio a nessuno».

In Nazionale Cuccureddu ha giocato 16 volte: debuttò a Varsavia contro la Polonia nel 1975, ha chiuso in Argentina nella partita col Brasile per il terzo e quarto posto ed ancora oggi si domanda perché fu estromesso dal giro dopo il mondiale del 1978. «Non discuto le scelte di Bearzot: certamente avrà avuto le sue ragioni. Però un discorsino mi avrebbe fatto piacere. In fondo il mio contributo l’avevo dato».

Il suo eclettismo, in fatto di ruoli e di compiti, lo sottolineò nella stagione 1975/76. Ricordava su “La Gazzetta dello Sport” Beppe Conti, che nella Juventus che eguaglia o fallisce di un soffio record prestigiosi, c’è Antonello Cuccureddu in possesso di un primato perlomeno curioso. In quel campionato ha giocato infatti con ben 7 differenti numeri di maglia. Il 2 (Napoli, Roma, Bologna, Sampdoria e Perugia), il 3 (Verona, Como, Fiorentina, Cagliari e Cesena), il 4 (Fiorentina), il 7 (Como), l’8 (Verona), il 10 (Inter ed Ascoli) e l’11 (Torino).

In breve: mentre Cuccureddu cambiava maglia in continuazione, restavano in tribuna elementi del calibro di Altafini, Spinosi, Gentile, Gori, Damiani e lo stesso Capello, ai quali l’allenatore di volta in volta preferiva il sardo. Il suo passaggio da terzino d’ala a centrocampista avvenne in seguito ad un infortunio occorso a “Bob” Vieri dopo una trasferta in Germania per un impegno di Coppa Uefa.
«Da quel giorno entrai in pianta stabile; la mia impostazione tattica venne cambiata. I dodici anni che ho passato a Torino sono indimenticabili anche per questo».

I difensori lo cercano non appena possono evitare la respinta casuale e lui serve l’interno oppure l’ala tornante in linea con lui, rilancia il compagno che sfrutta le fasce con secche battute di collo, invita il centravanti a scattare verso l’area avversaria e scatta, a sua volta, negli spazi. Quello che pratica Cuccureddu è un gioco moderno e valido per lo spettacolo ed il risultato. Le partite di Antonello sono novanta minuti di corsa sul passaggio obbligato del gioco avversario. Filtrare e ricostruire, non esiste fatica più improba; correre, perché si vuole e rincorrere, perché si deve; il cuore a stantuffo ed i polmoni a mantice. Il vigore fisico gli consente di reggere la fatica della partita, il talento gli scopre gli orizzonti della bella giocata; sa alternare, con estrema disinvoltura, l’intervento risoluto e l’azione sciolta ed elegante.

Una delle sue prerogative è il tiro a rete, forte, teso, imparabile. I suoi calci di punizione sono carichi di dinamite. Come tiratore puro è il più forte della compagnia. I suoi calci di punizione sono carichi di dinamite. Cuccureddu tira delle vere e proprie bordate; il pallone parte dritto e non cambia mai traiettoria. I tiri di “Cuccu” sono onesti, non cercano di ingannare il portiere. Niente “foglia morta”, “tiro a giro” o “cucchiaio”. Il pallone parte dritto per dritto ed il portiere non puòa fare altro che raccogliere il pallone in rete.
«Finiscila di minacciare la mia incolumità!» Gli grida scherzosamente Carmignani, durante gli allenamenti.

Due aneddoti.
Nel 1973 la Juventus, pur sconfitta nella finale di Coppa Campioni, ebbe, per la rinuncia dell’Ajax, l’opportunità di disputare la Coppa intercontinentale. Si giocò a Roma, contro l’Independiente di Buenos Aires: Sullo 0-0, la Juventus ebbe un calcio di rigore a favore per un fallo subito dallo stesso “Cuccu”. Il sardo tirò una delle sue proverbiali cannonate, ma la palla sorvolò la traversa; ad un minuto dalla fine, su passaggio di un ventenne che avrebbe fatto strada, Daniel Bertoni, Bochini infilò il goal decisivo, portando la coppa in Argentina.

Campionato 1980/81, è il passo d’addio di Antonello, che sa di dover lasciare a fine stagione la casa tanto amata. La partita è Pistoiese – Juventus, “Cuccu” sblocca il risultato con un missile su punizione; non fa alcun gesto di esultanza, solo un mezzo sorriso (scriverà Giglio Panza: «raramente ho visto tanta serenità esteriore in un giocatore dopo un goal»). Quel mezzo sorriso, quel commiato così sottovoce, con una tenerezza ed un affetto enormi, dimostra tutto l’uomo in un piccolo gesto.

Rientra alla Juventus agli inizi degli anni novanta, come allenatore della squadra “Primavera”, con la quale vince il prestigioso “Torneo di Viareggio” e lancia alcuni giovani promettenti, come Cammarata, Dal Canto, Manfredini, Binotto, Squizzi e, soprattutto, Alessandro Del Piero.

 

Articoli tratti da http://tuttojuve.com
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